giovedì 24 maggio 2018

Dollaro ai massimi del 2018. Dove può arrivare?

Dopo settimane di congestione e di fase laterale, il dollaro si è decisamente svegliato con un forte impulso rialzista. Il dollar index, che sintetizza il valore del biglietto verde contro tutte le altre divise, è balzato dagli 89 punti di metà aprile a quota 93 negli ultimi giorni, il massimo del 2018: il progresso è stato di circa il 5% nell’arco di poche settimane.

Dal punto di vista dei fondamentali molti analisti si attendevano questo movimento, anche se l’intensità ha probabilmente stupito. La stretta monetaria della Fed è ad uno stadio avanzato rispetto alla Bce che mantiene ancora i saggi a zero. Soprattutto negli ultimi mesi si è allargato lo spread di rendimento tra il TNote Usa, intorno al 3%, e il Bund tedesco, in area 0,5%. In particolare il rialzo dei tassi negli States ha spinto il rendimento del biennale Usa al 2,5%. Una cedola ghiotta, per uno strumento risk-free, che ha contribuito ad alimentare gli acquisti di dollari.

Tecnicamente il dollar index ha bucato al rialzo la media a 200 periodi dopo un anno esatto: un segnale importante che potrebbe preludere a un’inversione rialzista stabile. Nel breve sono possibili correzioni, ma è importante che lo stesso indice mantenga quota 92 punti. Da un punto di vista grafico il punto di svolta nel cross euro-dollaro, il cambio più importante, è avvenuto con l’abbandono del supporto di 1,22: un livello che da inizio anno aveva arrestato tutti i tentativi di discesa della moneta unica.

Nelle ultime sedute il pressing di vendite è diventato molto forte e sono quindi possibili rimbalzi da parte dell’euro, ma solo il ritorno sopra 1,22 potrà riportare l’ago della bilancia a favore della divisa unica. Significativo anche il recupero messo a segno da dollaro-yen, il secondo cross più importante e termometro della propensione al rischio dei mercati globali, che ha riconquistato l’area di 109. Si tratta di un livello strategico che deve essere mantenuto per la buona impostazione del biglietto verde.

mercoledì 23 maggio 2018

La tassazione dei bitcoin dal 2018

A fronte delle ultime novità dell'Agenzia delle Entrate, è ormai chiaro che i bitcoin siano soggetti sia a tassazione delle plusvalenze che al monitoraggio fiscale nel quadro RW del modello Redditi PF. Puoi vedere tutti i dettagli nel libro tassazione dei Bitcoin.

Si è più volte cercato di rappresentare su queste pagine che la vagheggiata certezza del diritto è argomento buono “per le masse”; in realtà, il diritto è strutturalmente incerto per “natura”. Il diritto, peraltro, ha sempre rincorso la tecnica. È un po’ come la questione del doping e dell’antidoping: il primo è senz’altro più evoluto del secondo.

Così è il rapporto tra diritto e tecnica: il diritto è, da sempre, destinato a rincorrere la tecnica. Si pensi alla questione delle criptovalute, alla quale si vorrebbero dare delle soluzioni utilizzando strumenti desueti, che non possono affatto cogliere l’essenza del fenomeno stesso. In alcune occasioni, le Entrate hanno assimilato le operazioni legate alle criptovalute a quelle relative alle valute estere.

Tuttavia, come si è già riportato, una valuta estera ha sempre un collegamento con uno Stato o con un gruppo di Stati, che non necessariamente la emettono, ma la riconoscono legalmente come mezzo di scambio. Occorre poi considerare che l’unica norma di legge nazionale che ha regolato il fenomeno delle criptovalute è quella antiriciclaggio (Dlgs 231/2007), con la quale è stato stabilito che le valute virtuali consistono in una «rappresentazione digitale di valore non emessa da una banca centrale o da un’autorità pubblica, non necessariamente collegata a una valuta avente corso legale, utilizzata come mezzo di scambio per l’acquisto di beni e servizi e trasferita, archiviata e negoziata elettronicamente».

Peraltro, nella recente V direttiva antiriciclaggio, ancora più chiaramente, viene affermato che le valute virtuali non possiedono «lo status giuridico di valuta o moneta». In sostanza, dalla normativa antiriciclaggio emerge la chiara incompatibilità tra il concetto di criptovaluta e quello di valuta estera.
Eppure, sotto il profilo reddituale si vorrebbero applicare alle criptovalute le regole di tassazione – per persone fisiche “private” – previste per le valute estere (lettera c-ter dell’articolo 67 del Tuir). In base a tale previsione, realizzano redditi diversi le plusvalenze relative a valute estere oggetto di cessione a termine o rivenienti da depositi o conti correnti. La norma fissa come presunzione assoluta di legge – che non ammette prova contraria – il (semplice) prelievo delle valute estere da depositi e conti correnti, ritenuto espressivo di capacità contributiva.

A tal fine, andrebbe però considerato che, come più volte la Consulta ha stabilito, le presunzioni assolute in relazione ai tributi erariali risultano vietate (quindi sono incostituzionali), in quanto il contribuente deve avere la possibilità di fornire la prova contraria circa la propria “attitudine contributiva”. Ulteriormente andrebbe considerato che il concetto di “conto o deposito” non può essere esteso al wallet, il quale non memorizza né contiene criptovalute (non c’è alcun saldo); si tratta semplicemente di un software (o hardware) che crea e memorizza le chiavi private associate a quelle pubbliche. Ancora, va rilevato che la norma (comma 1-ter dell’articolo 67) stabilisce che le plusvalenze derivanti dalla cessione a titolo oneroso di valute estere derivanti da depositi e conti correnti concorrono a formare il reddito a condizione che, nel periodo d’imposta in cui esse sono realizzate, la giacenza dei depositi e conti correnti complessivamente intrattenuti dal contribuente presso gli intermediari, calcolata secondo il cambio vigente all’inizio del periodo di riferimento, sia superiore a 51.645,69 euro per almeno sette giorni lavorativi continui.

Se applicata alla criptovalute, si tratta di una disposizione che dimostra tutti i suoi limiti. Basta fare un esempio. Si consideri il caso di Tizio che a inizio 2017 deteneva 6.200 ether (cambio di inizio periodo circa 7 euro cad.) e che li ha venduti a fine 2017 a 700 euro per ogni ether, incassando oltre 4 milioni di euro. Ebbene, considerando ether «valuta estera», si avrebbe che, utilizzando il “cambio” al 1° gennaio 2017, Tizio, pur realizzando una ingentissima plusvalenza, ne eviterebbe la tassazione. Inoltre, in un contesto davvero “vivace”, va considerata la quasi impossibile applicazione del cambio vigente all’inizio del periodo d’imposta (articolo 67, comma 1-ter), per tutte quelle Ico sorte nel corso dell’anno: si pensi alle molte “nate” nel corso del 2017. Questo conferma ulteriormente la inadeguatezza dell’interpretazione che vorrebbe assimilare il trattamento tributario delle criptovalute alle valute estere (contenuta tra l’altro nell’interpello 956-39/2018). Se fosse realmente così, la rincorsa del diritto alla tecnica sarebbe davvero tutta in salita.

Per tutti i dettagli, vedi il libro dedicato alla tassazione dei Bitcoin.

martedì 22 maggio 2018

Dollaro vs Euro, dove può arrivare la moneta americana?

Con l’ulteriore apprezzamento dell’1.0% a due settimane si conferma l’orientamento rialzista che ha caratterizzato il Dollar Index nell’ultimo trimestre. I valori dell’indice mostrano una tendenza crescente rispetto alla moving average a tre mesi. Il sostegno continua a giungere dalle attese di un progressivo abbandono della politica monetaria dovish della Fed a fronte di un’economia che, nonostante alcuni recenti segnali in parte deludenti ma considerati transitori, continua a confermare il proprio buono stato di salute.

Non mancano però elementi d’incertezza sul piano geopolitico che favoriscono la ricerca di protezione e quindi dello USD. A tal proposito ci si riferisce sia al protezionismo commerciale che vede coinvolti da protagonisti gli Stati Uniti e la Cina sia alla questione delle sanzioni imposte dagli USA all’Iran in relazione agli armamenti nucleari.

L’euro sull’orizzonte temporale quindicinale ha perso terreno nei confronti delle principali currency, penalizzato dai rinnovati segnali di rallentamento dell’economia europea, forniti anche dal dato sul PIL tedesco al Q1 2018 - inferiore al Q4 2017 - che ha deluso le attese. In un tale contesto c’è da aspettarsi un supporto monetario accomodante della BCE. A tal riguardo, in occasione dell’ultimo meeting, il board non ha discusso di tapering anzi ha confermato i tassi di riferimento ai minimi storici e ha ribadito che resteranno a tali livelli anche dopo il QE.

Lo yen continua a rimarcare il ritracciamento negativo nei confronti del biglietto verde, mentre, rispetto all’euro si è mosso in recupero confermando quanto avvenuto a livello trimestrale e dall’inizio dell’anno. La valuta nipponica continua ad esser favorita, seppur meno rispetto allo USD, dalla condizione risk low e dal cauto ottimismo degli investitori.

Relativamente alla sterlina inglese si segnala un calo nei confronti del dollaro che prosegue dall’inizio dell’anno mentre la valuta inglese si è mossa in controtendenza rispetto allo scorso mese nei confronti dell’euro. Secondo indiscrezioni stampa la Gran Bretagna vorrebbe proporre a Bruxelles di rimanere nell’unione doganale oltre il 2021 dal momento che non è ancora stato raggiunto un accordo interno in merito a tale tema.

Il dollaro canadese ha proseguito il trend di rafforzamento. Tra i principali driver si segnalano sia la ritrovata forza del prezzo del petrolio sia le recenti dichiarazioni di Trump che si è impegnato a trovare presto un accordo con il Canada per la ridefinizione del NAFTA. Tali negoziati restano, perciò, fondamentali per un’economia che vende circa il 75% del proprio export negli USA.

La corona svedese ha risentito positivamente delle parole del vice governatore della Riksbank che ha ipotizzato un rialzo dei tassi entro la fine dell’anno motivato dai recenti dati macro che confermano una forte ripresa economica. Resta comunque prematuro un cambio di direzione della politica monetaria.

Continua nel trend di discesa rispetto all’euro e allo USD il dollaro neozelandese. Il mercato rimane focalizzato sul primo budget annuale del nuovo governo di centro-sinistra.

martedì 15 maggio 2018

In quali criptovalute investire oltre al Bitcoin?

Il Bitcoin con i suoi 164 miliardi di dollari di capitalizzazione è la principale criptovaluta mondiale, ma ha importanti concorrenti come Ethereum (78 miliardi), Ripple (35 miliardi), Bitcoin cash (26 miliardi) e Eos (14 miliardi).

Vediamo di scoprire qualcosa in più sulle quattro che abbiamo citato.

Ethereum (782,57 dollari Usa): te ne abbiamo già parlato in passato, la sua fama è legata agli smart contract (contratti intelligenti, forme di contratto informatico con clausole che si autorealizzano, vedi Altroconsumo Finanza 1247) di cui Ethereum è piattaforma informatica. In realtà la criptovaluta legata a questo progetto si chiamerebbe Ether, ma on line trovi abbastanza indistintamente i due nomi.

Ripple (0,896 dollari Usa): è la criptovaluta legata a un sistema di pagamenti in tempo reale offerto dalla società Ripple. Diversamente da Bitcoin e Ethereum la sua quantità non cresce nel tempo, cioè non è soggetta a “mining” ma è predefinita (100 miliardi di pezzi) anche se solo una parte (circa 40 miliardi) è stata immessa in circolazione.

Bitcoin cash (1.500,98 dollari Usa): è una criptovaluta figlia dei Bitcoin (è stata generata a partire dai Bitcoin), nata nell’estate del 2017 in seguito a una discussione all’interno della comunità degli sviluppatori di Bitcoin. Al di là dei pro e dei contro di questo sviluppo (materia per appassionati), il Bitcoin cash renderebbe più rapide le transazioni rispetto a quelle (lente) dei Bitcoin. Ad aprile ha visto una forte crescita delle quotazioni in vista della nuova evoluzione prevista il 15 maggio che darà luogo al Bitcoin ABC (Adjustable Blocksize Cap), che dovrebbe contribuire a rendere ancora più veloci le transazioni.

Eos (16,79 dollari Usa): è una criptovaluta nata l’anno scorso che è rapidamente salita nelle classifiche. Da un lato supporta gli smart contract come Ethereum, da un altro lato è stata pensata per agire come mezzo di pagamento, ma rendendo assai rapide le transazioni. Anche qui, come nel caso di Ripple c’è un tetto massimo di criptomonete (100 miliardi). Anche Eos ha visto i prezzi volare ad aprile, a spingerli verso l’alto è il fatto che a inizio giugno dovrebbe partire la sua piattaforma EOS.IO.

Ti ricordo che tutte le criptovalute ora sono tassate. Se le hai tenute nel 2017, anche solo per un giorno, devi dichiararle in RW e devi pagare le tasse su eventuali guadagni. Trovi tutti i dettagli in questo libro.

sabato 12 maggio 2018

Nuove regole per le tasse su Bitcoin e criptovalute

tasse bitcoin
I Bitcoin in circolazione avrebbero superato i 17 milioni di pezzi. Come già sai la tecnologia dei Bitcoin è programmata per avvicinarsi al tetto massimo di 21 milioni di Bitcoin senza tuttavia mai arrivare a toccarlo. 17 milioni sono oltre l’80% dei 21 milioni totali. Il processo di “estrazione” dei Bitcoin andrà comunque avanti, ma rallentando sempre di più.

Questo ci ricorda che i Bitcoin sono più simili all'oro (in quantità finita, salvo quello che esce dalle miniere) che a una normale valuta come l’euro o il dollaro (quantità potenzialmente infinita che dipende dai banchieri centrali). In sostanza non sono soggetti a fenomeni inflattivi e alla lunga dovrebbero rivalutarsi. Questo spiega in parte il loro fascino (per certi versi in barba a Buffett), ma ci fornisce anche un aggancio anche alla recente decisione dell’agenzia delle entrate che andiamo a esaminare al prossimo paragrafo.

Come sono tassati i bitcoin e le altre criptovalute?

Eppure l'Agenzia delle Entrate italiane la pensa diversamente e non accomuna i bitcoin all'oro.

Un contribuente che aveva dei Bitcoin ha chiesto all’agenzia delle entrate tramite interpello (un istituto giuridico con cui si chiede all’agenzia delle entrate come affrontare un problema fiscale) se i suoi Bitcoin sono tassati o no. L’agenzia delle entrate ha risposto indicando una soluzione piuttosto lineare. La risposta a un interpello di per sé non è legge applicabile a tutti, ma quella in questione è sufficientemente chiara e coerente da essere indicativa dei futuri orientamenti del fisco.

I Bitcoin sono da considerarsi alla stregua di dollari, yen o sterline, quindi sono tassati come valute estere. Per cui se la giacenza di Bitcoin nel corso del periodo d’imposta (per noi comuni mortali l’anno solare) ha superato il valore medio di 51.645,69 euro (i vecchi 100 milioni di lire) per almeno sette giorni lavorativi di fila, le plusvalenze ricavate vendendo Bitcoin sono tassabili al 26%. In più i Bitcoin detenuti all’estero vanno dichiarati nel quadro RW alle stesse condizioni di normali valute estere. Non sono soggetti, però, a Ivafe (il bollo sui conti esteri) perché sono come il contante e non come un conto corrente.

Puoi trovare tutti i dettagli sulla tassazione dei bitcoin in questo libro.

giovedì 10 maggio 2018

Forex, investire su renminbi (yuan)

Nelle ultime settimane Banca Imi e Ubs hanno lanciato rispettivamente un bond e un fondo con un comune denominatore: sono espressi in renminbi (o yuan). La divisa domestica cinese sta diventando sempre più importante a livello internazionale. Si tratta di una valuta non facilmente accessibile al pubblico retail e soggetta a una fluttuazione “controllata” sotto l’occhio vigile dalla Pboc (banca centrale di Pechino).

Negli ultimi due anni si è apprezzata contro dollaro e secondo gli esperti in futuro sarà sostenuta dal dinamismo economico cinese. L’ultimo piano quinquennale della Cina punta a rafforzare il gigante asiatico su scala mondiale e questo sta avvenendo anche acquisendo aziende fuori dai confini nazionali. «La Cina - spiega Antonio Cesarano, chief global strategist di Intermonte Sim - si sta proponendo come sostituto degli Usa in Asia e non solo e per fare questa politica ha bisogno di uno yuan forte. La divisa cinese si sta apprezzando da inizio 2017 verso dollaro anche se non è una valuta perfettamente libera di fluttuare. La dinamica invece di euro-yuan risente maggiormente dei movimenti di euro-dollaro».

 Negli ultimi mesi si è innestato anche il tema della guerra dei dazi e la Cina ha minacciato di svalutare la divisa. Pechino si sta muovendo su un doppio binario: da un lato apre la propria economia e si espande all’estero sostenendo uno yuan forte, dall’altro minaccia di svalutare se gli Usa insisteranno sul tema dei dazi. «A breve - conclude Cesarano - il rapporto dollaro-yuan potrebbe consolidare o correggere. Mentre in un orizzonte di tre o quattro anni la valuta di Pechino è destinata a rafforzarsi».

Dal 12 aprile è quotata su Mot ed Eurotlx un’obbligazione di Banca Imi denominata in renminbi: scadenza 2 anni, tasso fisso 4,15%, taglio minimo circa 1.300 euro. «Ampliando la nostra gamma di investimenti in valuta anche con il renminbi - spiega Alessandra Annoni, responsabile listed products di Banca Imi - stiamo consentendo agli investitori retail di poter accedere a questa asset class molto importante». Sempre in renminbi su Euromot dal luglio 2016 è quotato un bond della Banca mondiale. Relativamente ai fondi, Ubs Asset management ha lanciato il primo fondo Ucits domiciliato in Lussemburgo che utilizza il renminbi (Cny) come valuta di base. Il fondo investe in obbligazioni domestiche cinesi sia governative, sia corporate.

«Si tratta - spiega Giovanni Papini, ad di Ubs Asset management Italia - del terzo mercato obbligazionario globale e a partire dal 2019 entrerà a far farte degli indici Bloomberg di settore con un peso del 5%. Tutti i portafogli (fondi o gestioni)a benchmark dovranno quindi adeguarsi e il sostegno al mercato sarà significativo. I rendimenti lordi dei bond cinesi oggi mediamente viaggiano intorno al 4,65%. Negli ultimi due anni la valuta si è apprezzata verso il dollaro e ha una volatilità contenuta».

Il modo migliore per operare sulla valuta cinese rimane il forex. Ma attenzione alla scelta del broker. Noi operiamo con Etx Capital, intermediario autorizzato dalla FCA di Londra (non i classici broker inaffidabili di Cipro.) e con ottimi spread.

martedì 8 maggio 2018

Forex, puntare sulle valute asiatiche

Le divise e il debito di Paesi come Cina, Malaysia, Indonesia e Singapore offrono valore e rendimento La guerra dei dazi e il conflitto siriano stanno lasciando profonde tracce nel mercato dei cambi. Se, infatti, sui parterre azionari gli investitori mostrano di avere un certo autocontrollo, il listino dei cambi riflette senza filtri le incertezze che nascono dalle tensioni internazionali.

Il Foreign Exchange è il mercato più liquido al mondo, attivo per quasi 24 ore su 24; ma, a dispetto della elevata frequenza delle transazioni - o forse proprio per questo motivo - è lì che gli operatori stanno scaricando le maggiori inquietudini, scommettendo sugli avvenimenti politici ed economici per speculare oppure per proteggersi. Tutto ha origine dalla volatilità del dollaro Usa, che non a caso è l’epicentro della guerra dei dazi e del conflitto mediorientale.

Il biglietto verde è anche la valuta di riferimento per molte divise dei Paesi emergenti, a cui sono legate tramite una banda di oscillazione, che permette loro un certo agio senza la necessità di ribilanciare troppo spesso il controvalore. Uno dei casi più noti di valuta collegata al dollaro è quello dello Yuan cinese: proprio le conseguenze sulle Borse della sua svalutazione improvvisa nell’agosto del 2015 costituiscono un precedente che ha lasciato tracce profonde tra i trader e sono un monito a tenere d’occhio la potenza di un mare grande come quello del ForEx. Nei giorni scorsi, a patire di più sono state le monete coinvolte nell’escalation della battaglia commerciale e in quella militare in Siria: il rublo russo e la lira turca.

Un risparmiatore dell’Eurozona non coperto dalle oscillazioni del cambio, nei primi dieci giorni di aprile avrebbe perso oltre il 10% se esposto ad attività finanziarie in rubli (per esempio le azioni legate al settore del gas e delle risorse di base) e sopra il 5% con investimenti in lire turche, già in corso di indebolimento (da inizio anno sono scese dell’11%). Per molti analisti, le valute ad alto beta, cioè quelle che hanno una reattività notevole agli eventi, saranno giocoforza piegate dall’incertezza geopolitica, che è destinata a continuare nel prossimo futuro.

«Ci sono stati deflussi consistenti dagli investimenti in lire turche e in rubli a causa della prossimità alla Siria e alle nuove sanzioni contro la Russia; la tendenza di queste valute a deprezzarsi, infatti, non compensa il potenziale guadagno sul differenziale dei tassi di interesse». Negli ultimi anni, e nel 2017 in particolare, la diversificazione dei portafogli nelle valute emergenti è stata vincente, ma è venuto il momento di fare delle scelte oculate: «Il nostro messaggio - aggiunge Hall - è andare verso Est, dato che preferiamo di gran lunga l’esposizione al debito e alle valute asiatiche; c’è del valore nel credito a breve termine, soprattutto quello societario.

Per un investitore in euro, Paesi come la Cina, l’Indonesia, la Malaysia, Singapore e le Filippine, che hanno conti in attivo e ingenti riserve monetarie differenziate, hanno un valore e un rendimento relativo appetibile». Ancora più difficile, comunque, è identificare delle monete «sicure», perché con queste bufere da una parte all’altra del globo, anche la scelta di un porto riparato non è semplice. Il franco svizzero è troppo svantaggioso con i tassi negativi e lo yen è anch’esso ondivago; la divisa nipponica si è rafforzata in marzo e poi ha iniziato di nuovo a cedere.